L’Inclusion Fest e il libro “Sistemi Educativi e Devianza” di Giusi Antonia Toto e Leonardo Palmisano svelano una verità scomoda: la scuola può essere incubatore di marginalità. Scopri come l’etnopedagogia criminale sta rivoluzionando il rapporto tra educazione e giustizia sociale e perché ogni studente universitario dovrebbe conoscerla.
Immaginate di entrare in un’aula universitaria e scoprire che tutto ciò che credevate sull’educazione era solo una parte della verità. Immaginate di rendervi conto che la scuola e l’università, spesso considerate santuari di crescita e opportunità, possono invece diventare – se non ripensate criticamente – vere e proprie fabbriche di esclusione sociale. Non è una provocazione, ma la consapevolezza che emerge dalle ricerche più avanzate di sociologia educativa e che sta scuotendo le fondamenta della nostra idea di istruzione. Il 24 luglio 2025 è uscito un libro destinato a rivoluzionare il dibattito: “Sistemi Educativi e Devianza – Prospettive di Etnopedagogia Criminale” di Leonardo Palmisano e Giusi Antonia Toto non è solo un nuovo saggio accademico, ma un manifesto che ci costringe a fare i conti con una verità scomoda: le nostre istituzioni educative, anziché essere sempre e solo luoghi di promozione sociale, possono diventare meccanismi di riproduzione delle disuguaglianze e, in alcuni casi, incubatori di devianza. Ma questa rivoluzione teorica non resta chiusa tra le pagine di un libro: prende forma e si fa esperienza concreta grazie all’Inclusion Fest, un festival che sta attraversando l’Italia come un’onda di cambiamento e che rappresenta la concretizzazione pratica dell’etnopedagogia criminale, la disciplina che potrebbe ridefinire il futuro dell’educazione. Per chi studia all’università, questo tema non è solo accademico, ma tocca il presente e il futuro di ciascuno, perché si tratta di giustizia, equità e possibilità reale di cambiamento; una questione urgente che riguarda la società che stiamo costruendo ogni giorno.
L’incontro tra Leonardo Palmisano, sociologo dell’Università di Foggia, vincitore del Premio Livatino contro le Mafie, e Giusi Antonia Toto, professoressa ordinaria di Didattica e Pedagogia Speciale con centinaia di citazioni internazionali, ha dato vita a qualcosa di totalmente nuovo nel panorama della ricerca educativa: la fusione di sociologia criminale e pedagogia speciale ha creato l’etnopedagogia criminale, molto più di una nuova etichetta accademica. È una rivoluzione metodologica che unisce sociologia, pedagogia e antropologia culturale per capire come i contesti educativi possano diventare fattori di prevenzione o, al contrario, di amplificazione della devianza. Smettere di vedere la devianza come un fenomeno individuale, come risultato di scelte sbagliate o predisposizioni caratteriali, significa iniziare a leggere i comportamenti devianti come il frutto di processi sociali profondi, radicati nei meccanismi educativi formali e informali. Ogni pratica pedagogica porta con sé valori e aspettative, può includere o escludere, può emancipare o marginalizzare. Le parole di Palmisano sono chiarissime: “Non si può più ignorare il ruolo determinante che i sistemi educativi giocano nella genesi dei fenomeni devianti” – un grido d’allarme che dovrebbe risuonare in ogni corso di Scienze dell’Educazione.
Le ricerche di Palmisano e Toto dimostrano che certi contesti scolastici, invece di essere opportunità di riscatto, possono diventare incubatori di esclusione. Non è solo teoria: è il risultato di anni di osservazione sul campo, di analisi etnografica nei contesti più difficili del Paese. Quante volte nella vostra esperienza scolastica avete visto compagni etichettati come “problematici” e progressivamente isolati dal sistema? Quante volte certi studenti sembravano condannati al fallimento, indipendentemente dalle loro capacità? L’etnopedagogia criminale ci insegna che queste dinamiche non sono casuali, ma effetto di meccanismi sistemici che possono e devono essere compresi e trasformati. Come sottolinea la prof.ssa Toto, non possiamo più fingere che l’educazione sia un processo neutro: ogni scelta didattica genera effetti sociali, ogni pratica può alimentare inclusione oppure esclusione. Questa consapevolezza è fondamentale per chi si prepara a lavorare nell’educazione, nel sociale, nella comunicazione. L’etnopedagogia criminale offre strumenti concreti per ripensare i sistemi educativi, rendendoli presidi di giustizia sociale e prevenzione, ma tutto parte da un cambiamento di sguardo e di paradigma che deve nascere già nella formazione universitaria.
Se la rivoluzione teorica prende forma nell’etnopedagogia criminale, l’Inclusion Fest ne è la dimostrazione pratica, l’esperimento sociale che trasforma le idee in azione. Nato dalla visione di Giusi Antonia Toto, il festival è un laboratorio sociale in cui l’inclusione non è solo un valore da predicare, ma una realtà da vivere e sperimentare. Non si limita a convegni e tavole rotonde, ma propone esperienze immersive: laboratori dove anche chi ha disabilità visive può giocare, performance di danza inclusiva, speech motivazionali, tavole rotonde che mettono in dialogo istituzioni, associazioni, cittadini. L’Inclusion Fest lavora a monte dei fenomeni, agisce sulla prevenzione creando contesti di inclusione reale e abbattendo le barriere che producono esclusione sociale. È la traduzione pratica di ciò che Palmisano e Toto teorizzano: sistemi educativi e sociali come presidi attivi di giustizia.
Quando il festival arriva in una città non si limita a organizzare eventi, ma crea reti, attiva collaborazioni, coinvolge associazioni come il Comitato Italiano Paralimpico, Coordown, AIPD, università e amministrazioni locali. Ogni edizione del festival genera nuove conoscenze, domande di ricerca e consapevolezze che alimentano la teoria stessa dell’etnopedagogia criminale e dimostrano che il cambiamento è davvero possibile. In un’epoca di disuguaglianze crescenti e nuove forme di marginalizzazione, l’Inclusion Fest offre una risposta concreta: dimostra che l’educazione, se ripensata in chiave critica e trasformativa, può diventare fattore di cambiamento sociale.
E ora, la questione che riguarda direttamente chi legge: perché tutto questo dovrebbe interessare proprio voi studenti universitari? Perché siete la generazione che può cambiare tutto. Avete vissuto sulla vostra pelle le disuguaglianze amplificate dalla pandemia, avete visto scuole che selezionano invece di includere, avete sperimentato sistemi che standardizzano invece di valorizzare. Ma siete anche la prima generazione ad avere strumenti teorici e metodologici per leggere e trasformare questi meccanismi. L’etnopedagogia criminale è una cassetta degli attrezzi per chi vuole costruire un futuro diverso: permette di leggere la realtà educativa con occhi nuovi, di riconoscere e prevenire i meccanismi di esclusione, di progettare interventi che vadano alla radice dei problemi.
Molti di voi diventeranno insegnanti, operatori sociali, psicologi, sociologi, comunicatori, amministratori: presto sarete chiamati a scegliere se perpetuare o trasformare i meccanismi che generano esclusione. Ma per scegliere consapevolmente, dovete conoscere. Ogni giorno che passa senza intervenire sui meccanismi che generano esclusione educativa è un giorno in cui si perdono talenti e si alimentano frustrazioni che possono sfociare in devianza. Ma ogni giovane che trova nella scuola un ambiente capace di valorizzarlo, ogni studente che viene accolto invece che etichettato, ogni comunità che riesce a includere anziché emarginare rappresenta una possibilità di futuro.
L’Inclusion Fest lo dimostra: è possibile creare contesti educativi che trasformano la diversità in ricchezza e fanno dell’inclusione una pratica quotidiana. Serve una generazione di professionisti preparati, consapevoli, capaci di leggere la complessità e di progettare interventi efficaci, operatori che non si limitino a gestire l’emergenza ma sappiano lavorare sulla prevenzione, ricercatori che sappiano trasformare la teoria in azione concreta. Il libro di Palmisano e Toto, pubblicato da Edizioni Tlon, è un manifesto per questa nuova generazione: un invito a ripensare radicalmente il rapporto tra educazione e società, tra scuola e territorio, tra teoria e pratica. È una chiamata all’azione che non può essere ignorata.
Per rispondere, dovete attrezzarvi: studiate, approfondite, sperimentate, partecipate agli Inclusion Fest come protagonisti, cercate tirocini in contesti che applicano principi di etnopedagogia criminale, scegliete tesi che approfondiscano questi temi. Sviluppate quello che gli autori chiamano “sguardo etnopedagogico”: la capacità di leggere i contesti educativi come spazi sociali complessi in cui si gioca il futuro delle persone e delle comunità. Imparate a intervenire sulle cause, non solo sugli effetti, e a lavorare in rete con tutti gli attori del territorio. Il tempo stringe e le disuguaglianze crescono, ma avete gli strumenti, la conoscenza e la passione per cambiare il futuro. Siete pronti a usarli?


